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Quali aziende devono fare il bilancio di sostenibilità

Autore: 8 Aprile 2026No Comments7 minuti di lettura

Fino a non molto tempo fa il bilancio di esercizio era l’unico documento che davvero “contava”. Si guardavano fatturato netto, utile, stato patrimoniale, indebitamento. La fotografia dell’azienda era tutta lì.

Poi il quadro si è allargato. Le imprese hanno iniziato a essere osservate anche per ciò che accade intorno ai numeri. Le attività aziendali hanno un impatto sociale e ambientale. Possono contribuire alla sostenibilità ambientale oppure generare rischi. Possono creare valore nel lungo periodo oppure eroderlo lentamente.

Da questa consapevolezza nasce il bilancio di sostenibilità. Non è un documento decorativo. Non è un semplice report per il sito internet. È uno strumento strutturato di rendicontazione che integra dimensioni ambientali, sociali e di governance all’interno del sistema di reporting aziendale.

La domanda più comune è: chi è obbligato a redigerlo? Ma è la domanda sbagliata. Quella giusta è: quali aziende hanno interesse a farlo, indipendentemente dall’obbligo? La risposta, come vedremo, riguarda quasi tutte.

Dal volontario all’obbligatorio: una storia in tre fasi

In origine molte imprese pubblicavano un bilancio sociale su base volontaria. Serviva a comunicare in modo trasparente iniziative ambientali, progetti per i dipendenti, attività a favore della comunità.

Con il tempo il contesto normativo europeo si è evoluto in modo significativo, passando attraverso tre fasi distinte.

La prima è la NFRD (Non-Financial Reporting Directive), che ha introdotto l’obbligo di rendicontazione non finanziaria per le aziende con oltre 500 dipendenti, principalmente enti di interesse pubblico come banche, assicurazioni e società quotate di grandi dimensioni.

La seconda è la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), che avrebbe dovuto estendere l’obbligo a tutte le grandi imprese con oltre 250 dipendenti, ampliando drasticamente il perimetro. La CSRD non si limita a chiedere più trasparenza: stabilisce chi deve rendicontare e secondo quali standard (gli ESRS, European Sustainability Reporting Standards).

La terza fase è quella attuale, segnata dal Pacchetto Omnibus. A febbraio 2025 la Commissione Europea ha proposto una revisione profonda della CSRD, approvata definitivamente dal Parlamento Europeo a dicembre 2025 e dal Consiglio UE a febbraio 2026, con pubblicazione in Gazzetta Ufficiale UE a marzo 2026. Il risultato è un ridimensionamento significativo degli obblighi.

Le soglie aggiornate dopo il Pacchetto Omnibus

Con il pacchetto Omnibus, la CSRD si applica solo alle imprese con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Etifor Si tratta di una doppia soglia cumulativa: entrambe le condizioni devono essere soddisfatte contemporaneamente.

L’innalzamento delle soglie comporta l’esclusione di circa l’80% delle imprese inizialmente interessate dagli obblighi previsti dalla CSRD. Confindustria Ancona

Le norme si applicano anche alle imprese non UE con un fatturato nell’Unione superiore a 450 milioni di euro.

Sul fronte delle scadenze, per le grandi imprese l’obbligo, dopo il rinvio, partirà dagli esercizi che iniziano il 1° gennaio 2027, con prima pubblicazione dal 2028.

Gli standard di rendicontazione: ESRS per le obbligate, VSME per le altre

Le aziende soggette alla CSRD devono rendicontare secondo gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards), gli standard europei che definiscono contenuti, metriche e struttura del documento. Non si tratta di comunicazione generica: è standardizzazione con dati verificabili e misurabili.

Ma la parte più rilevante per il tessuto produttivo italiano riguarda chi non è obbligato. Per le aziende che non rientrano nelle soglie, il Pacchetto Omnibus prevede l’introduzione di principi di rendicontazione di sostenibilità ad uso volontario. Lo strumento pensato per queste imprese sono i VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standards for SMEs), standard proporzionati alla dimensione e alle risorse delle piccole e medie imprese.

Questo è un punto cruciale per il contesto italiano: la stragrande maggioranza delle imprese in Italia sono micro e PMI, che non rientrano nella CSRD. Per queste aziende la rendicontazione non è un obbligo di legge, ma come vedremo, può diventarlo di fatto per altre ragioni.

Il contenuto del bilancio non è libero

Un punto che spesso genera confusione riguarda cosa deve essere incluso nel bilancio di sostenibilità. La risposta non è lasciata alla sensibilità dell’impresa. Il documento deve includere informazioni su impatti legati al cambiamento climatico, politiche di sostenibilità ambientale, gestione del personale e dimensione sociale, struttura di governance, analisi dei rischi lungo la catena del valore. Deve essere basato su dati misurabili e coerente con il bilancio di esercizio.

La governance è parte integrante

Molti associano il bilancio di sostenibilità solo alla dimensione ambientale. In realtà la governance è un elemento strutturale. Il consiglio di amministrazione deve essere coinvolto nella definizione delle politiche ESG. Gli obblighi di rendicontazione implicano responsabilità dirette in capo agli organi di gestione. Senza governance coerente, la rendicontazione perde credibilità.

Le PMI non quotate sono davvero escluse?

Formalmente sì, per la maggior parte. Ma la realtà è più complessa, e ci sono almeno tre ragioni per cui anche le PMI hanno interesse concreto a strutturare un report di sostenibilità.

La prima è la catena di fornitura: le grandi imprese obbligate alla CSRD devono rendicontare informazioni relative alla propria catena del valore. Questo significa che possono richiedere dati ambientali e sociali ai fornitori. Una PMI che non sa rispondere rischia di perdere contratti.

La seconda sono le banche e gli investitori: gli istituti di credito stanno integrando i fattori ESG nei processi di valutazione del rischio e nelle condizioni di finanziamento. Un’azienda che non ha dati di sostenibilità strutturati parte svantaggiata.

La terza sono i consumatori e il mercato: la pressione sulla trasparenza non arriva solo da Bruxelles. Clienti, buyer e partner commerciali chiedono sempre più spesso evidenze concrete sugli impatti ambientali e sociali.

Comunicare in modo trasparente oggi ha un valore economico

Il bilancio di sostenibilità non è solo un adempimento. Banche e investitori stanno integrando i fattori ESG nei processi di valutazione. La qualità della rendicontazione può influire sulle condizioni di finanziamento. I dati ESG migliorano il dialogo con gli stakeholder perché riducono l’incertezza. Comunicare in modo trasparente non è più solo un valore reputazionale. È una leva competitiva.

Dal punto di vista strategico

Chiedersi se si è obbligati è legittimo. Ma guardare solo all’obbligo può essere riduttivo. Dal punto di vista strategico, la redazione del bilancio può aiutare a mappare rischi emergenti. Il cambiamento climatico, ad esempio, può influire su costi energetici, assicurazioni, disponibilità di risorse. Integrare queste variabili nel sistema decisionale consente una gestione più consapevole. Anche in assenza di obbligo formale, il bilancio di sostenibilità può diventare uno strumento di controllo interno e pianificazione.

Riepilogo: chi deve e chi dovrebbe

Sono formalmente obbligate alla rendicontazione secondo la CSRD e gli ESRS le grandi imprese con oltre 1.000 dipendenti e fatturato superiore a 450 milioni di euro, e gli enti di interesse pubblico come banche, assicurazioni e società quotate già soggetti alla NFRD.

Non sono formalmente obbligate, ma hanno forte interesse concreto a rendicontare volontariamente secondo i VSME le PMI che fanno parte di filiere di grandi aziende obbligate, le aziende che cercano accesso a finanziamenti bancari o investitori ESG, e le imprese che vogliono differenziarsi sul mercato con credenziali di sostenibilità verificabili.

Il bilancio di sostenibilità oggi non è solo un adempimento per chi è obbligato. È uno strumento di controllo interno, pianificazione strategica e posizionamento competitivo. E per molte PMI italiane, strutturarlo oggi, anche su base volontaria con i VSME, significa essere pronti quando la pressione del mercato renderà questa scelta non più rinviabile.