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Chi si occupa di ESG in azienda: ruoli, responsabilità e strutture organizzative

Autore: 8 Aprile 2026No Comments16 minuti di lettura

Chi si occupa di ESG in azienda? Dipende. Nelle multinazionali c’è il Chief Sustainability Officer con un team di dieci persone. Nelle PMI italiane spesso è il titolare che ci pensa la sera dopo cena, tra una mail e l’altra, quando gli avanza tempo. Che ovviamente non gli avanza mai.

La verità è che l’Environmental, Social and Governance (ESG) non può essere un hobby del weekend. Serve qualcuno che se ne occupi seriamente, con competenze adeguate sui criteri ESG, tempo dedicato, budget. Altrimenti fai greenwashing involontario o peggio ancora non fai niente e ti ritrovi fuori mercato.

Ho visto aziende che hanno assunto un ESG Manager e in due anni hanno dimezzato i costi energetici, migliorato il rating di tre livelli, vinto gare che prima perdevano. E ho visto aziende che hanno dato l’ESG “in più” alla segretaria già sommersa di lavoro: risultato zero, anzi meno di zero perché hanno perso tempo a fingere.

Questo articolo spiega chi dovrebbe occuparsi delle tematiche ambientale, sociale e di governance, quali competenze servono, come strutturare la funzione in base alla dimensione aziendale, quanto costa e quanto rende avere persone dedicate con visione di lungo termine.

Le Figure Chiave dell’ESG in Azienda

Non esiste un modello unico. Però ci sono ruoli ricorrenti che vale la pena conoscere, specialmente ora che gli stakeholder sono sempre più attente alla performance ESG delle aziende.

Chief Sustainability Officer (CSO)

È il responsabile delle strategie ESG, riporta direttamente al CEO o al CDA. Nelle grandi aziende è una figura di alto livello, spesso con esperienza manageriale ventennale. Definisce obiettivi di medio e lungo termine, coordina le diverse funzioni, monitora risultati, dialoga con investitori e stakeholder.

Il CSO svolge un ruolo cruciale nell’integrare la sostenibilità in tutte le proprie attività aziendali, dalla riduzione delle emissioni di gas serra all’implementazione di politiche sui diritti umani lungo la catena di fornitura.

Competenze: visione strategica, conoscenza profonda dei framework come Global Reporting Initiative e Task Force on Climate Related Financial Disclosures, capacità di influenzare il board, comunicazione efficace, gestione progetti complessi.

Stipendio: nelle grandi aziende italiane si parla di 80-150k euro annui. Nelle multinazionali anche di più.

Problema: solo le grandi aziende se lo possono permettere a tempo pieno.

ESG Manager / Sustainability Manager

È il livello sotto. Gestisce operativamente i progetti ESG, raccoglie dati su aspetti sociali e ambientali, prepara report, coordina fornitori e consulenti. Riporta al CSO se c’è, altrimenti al CFO o al CEO.

Si occupa concretamente di misurare l’impatto ambientale delle operazioni, monitorare la gestione dei rifiuti, verificare il passaggio a energie rinnovabili, garantire che le pratiche aziendali rispettino i diritti umani.

Competenze: conoscenza normative come Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), capacità di calcolare carbon footprint, project management, relazione con enti certificatori, redazione bilancio sostenibilità.

Stipendio: 40-70k euro nelle medie aziende italiane.

Realtà: in molte PMI questo ruolo non esiste. Viene dato “in più” al responsabile qualità, HR, o all’ufficio marketing. Funziona male perché l’ESG richiede focus dedicato per implementare davvero lo sviluppo sostenibile.

Comitato ESG

Non una persona ma un gruppo. Riunisce rappresentanti di diverse funzioni: produzione, acquisti, HR, finance, marketing, legale. Si incontra regolarmente per coordinare le iniziative ESG trasversali e definire strategie ESG integrate.

Utile perché l’ESG tocca tutta l’azienda. Se lo gestisce solo una persona isolata, non funziona. Serve collaborazione per affrontare temi complessi come la riduzione delle emissioni di gas serra o il miglioramento delle condizioni sociali e ambientali lungo la filiera.

ESG Data Analyst

Figura emergente. Raccoglie, analizza, verifica dati ESG su tutti i criteri ambientali, sociali e di governance. Serve per rendicontare secondo CSRD, rispondere a questionari rating, monitorare KPI nel medio e lungo periodo.

Competenze: statistica, Excel/Power BI, conoscenza database, precisione maniacale. Spesso laureati in ingegneria gestionale, economia, scienze ambientali.

Problema: poche aziende hanno volume dati tale da giustificare una persona dedicata solo a questo.

Responsabile ESG Supply Chain

Gestisce la sostenibilità della catena di fornitura. Valuta fornitori con criteri ESG, fa audit su diritti umani e impatto ambientale, chiede certificazioni, lavora sulla riduzione Ambito 3 (Scope 3) delle emissioni.

Fondamentale per aziende con supply chain complesse. Inutile avere la sede a emissioni zero se i fornitori inquinano come ciminiere.

Competenze: procurement, gestione fornitori, audit, conoscenza standard settoriali, capacità negoziazione.

Responsabile Comunicazione ESG

Si occupa del reporting esterno: bilancio sostenibilità secondo il GRI (Global Reporting Initiative), gli ESRS (European Sustainability Reporting Standard), o gli VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard for SMEs), comunicazione stakeholder, sito web, campagne. Collabora con ESG Manager ma ha focus comunicativo.

Rischio: se è solo comunicazione senza sostanza diventa greenwashing. Serve coordinamento stretto con chi fa le cose concrete nelle proprie attività quotidiane.

Come Strutturare la Funzione ESG per Dimensione

La struttura dipende dalla taglia aziendale. Vediamo i modelli tipici per gestire efficacemente i criteri ESG.

Micro e Piccole Imprese (<50 dipendenti)

Realisticamente non hanno risorse per figure dedicate. Soluzioni praticabili:

Il titolare o un dirigente senior dedica il 20-30% del tempo all’ESG. Si forma sui temi ambientale sociale e di governance, segue corsi, legge. Usa consulenti esterni per cose tecniche (carbon footprint, certificazioni, bilancio).

Oppure: un giovane motivato, anche junior, viene formato e gestisce operativamente l’ESG sotto supervisione del titolare. Costa meno di un senior, porta energia e idee fresche. Funziona se ha davvero tempo dedicato, non se è l’ennesima cosa “in più”.

Focus prioritari: energie rinnovabili, gestione dei rifiuti, condizioni di lavoro dignitose. Obiettivi raggiungibili nel medio termine.

Investimento: 10-20k anno tra formazione, consulenze, certificazioni.

Medie Imprese (50-250 dipendenti)

Qui serve almeno una persona part-time o full-time dedicata. Modelli:

ESG Manager interno part-time (50%) che coordina + consulente esterno per supporto tecnico su normative come Corporate Sustainability Reporting Directive. Funziona bene: l’interno conosce l’azienda, l’esterno porta competenze specialistiche.

Oppure: ESG Manager full-time junior (2-5 anni esperienza) che gestisce tutto con supervisione CFO o CEO. Cresce nel ruolo, diventa il riferimento interno per tutti gli aspetti sociali e ambientali.

Focus: riduzione emissioni di gas serra, passaggio a energie rinnovabili, politiche HR inclusive, trasparenza supply chain.

Investimento: 50-80k anno tra stipendio, formazione, consulenze, strumenti software.

Grandi Imprese (>250 dipendenti)

Serve struttura articolata con visione di lungo termine:

CSO o Sustainability Director che riporta al board. Sotto di lui ESG Manager, data analyst, comunicazione. Totale 3-5 persone dedicate alle strategie ESG.

Comitato ESG interfunzionale che si riunisce mensilmente. Referenti ESG nelle diverse BU o stabilimenti che monitorano le proprie attività.

Budget dedicato per progetti, consulenze specialistiche, certificazioni, tecnologie per ridurre impatto ambientale.

Focus: compliance CSRD, reporting Task Force on Climate Related Financial Disclosures, obiettivi science-based, economia circolare, diritti umani certificati lungo tutta la filiera.

Investimento: 300-500k anno o più, ma con ritorni misurabili in efficienza, rating, accesso a capitali.

Multinazionali

Team globale coordinato centralmente, team locali nei vari paesi. Sistema di reporting integrato secondo Global Reporting Initiative. Software dedicati per data collection e analisi.

Budget milionari ma anche risultati su scala: riduzione costi energetici per milioni grazie a energie rinnovabili, miglioramento rating che sblocca miliardi in finanziamenti green.

Competenze Necessarie

Chi si occupa di ESG deve avere un mix di competenze tecniche e soft skills, sempre più attente alle evoluzioni normative.

Competenze Tecniche

Conoscenza normative: Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), tassonomia europea, SFDR, direttive settoriali. Cambiano continuamente, serve aggiornarsi.

Framework e standard: Global Reporting Initiative (GRI), Sustainability Accounting Standards Board (SASB), Task Force on Climate Related Financial Disclosures (TCFD), European Sustainability Reporting Standard (ESRS), Voluntary Sustainability Reporting Standard for SMEs (VSME).

Misurazione impatti: LCA (Life Cycle Assessment), carbon accounting per emissioni di gas serra, water footprint, impatto ambientale delle proprie attività. Saper usare tool e software specializzati.

Rating ESG: capire come funzionano MSCI, Sustainalytics, CDP, EcoVadis. Cosa guardano nei criteri ESG, come migliorare score sulla performance ESG.

Certificazioni: ISO 14001, ISO 45001, SA8000, B Corp, LEED. Quali servono, come ottenerle, quanto costano.

Finanza sostenibile: green bond, sustainability-linked loan, criteri investitori ESG. Parlare la lingua del CFO e degli investitori che sono sempre più attente ai temi Environmental Social and Governance.

Competenze Settoriali

Ogni settore ha specificità nelle strategie ESG. Un ESG manager automotive deve conoscere elettrificazione, economia circolare batterie, supply chain minerali critici, transizione a energie rinnovabili.

Uno della moda deve conoscere tracciabilità filiera, certificazioni tessili, problemi diritti umani nei paesi produttori, gestione dei rifiuti tessili.

Uno del food deve conoscere agricoltura sostenibile, sprechi alimentari, packaging, benessere animale, riduzione emissioni di gas serra lungo la filiera.

Impossibile essere esperti di tutto. Ma serve conoscere il proprio settore in profondità, soprattutto l’impatto ambientale specifico delle proprie attività.

Soft Skills

Capacità di influenzare senza autorità: l’ESG Manager spesso non ha potere gerarchico su produzione, acquisti, HR. Deve convincere, non ordinare. Serve diplomazia per implementare strategie ESG di medio e lungo termine.

Gestione stakeholder: dialogo con investitori sempre più attente all’ESG, clienti, ONG, comunità locali. Ognuno vuole cose diverse. Serve equilibrio.

Comunicazione: spiegare concetti tecnici come la Task Force on Climate Related Financial Disclosures a chi non è esperto. Scrivere report chiari secondo Global Reporting Initiative. Presentare al board in modo efficace.

Project management: coordinare progetti che coinvolgono più funzioni, rispettare tempi e budget, monitorare obiettivi di lungo termine.

Pensiero sistemico: vedere connessioni tra ambientale sociale e di governance. Capire che ridurre emissioni in produzione può aumentarle in logistica se non pianifichi bene. Il passaggio a energie rinnovabili deve essere integrato con gestione dei rifiuti e rispetto diritti umani.

Il Rapporto con le Altre Funzioni

La funzione ESG, che sia un CSO, un ESG Manager o un comitato interfunzionale, non lavora in isolamento. I criteri ESG toccano ogni aspetto dell’azienda, e senza collaborazione con le altre funzioni qualsiasi strategia rimane sulla carta.

Con il CFO/Finance

Fondamentale per qualsiasi figura ESG, dal CSO al manager operativo. Il CFO controlla budget, investimenti, reporting finanziario. Chi guida l’ESG deve dimostrargli che le strategie portano valore economico concreto: riduzione costi energetici, accesso a capitali a condizioni migliori, riduzione rischi regolatori e reputazionali.

Sul fronte reporting, la collaborazione è strutturale. Le grandi aziende europee (oltre 1.000 dipendenti) devono rendicontare secondo gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards), gli standard obbligatori introdotti dalla CSRD, che richiedono un’integrazione profonda tra dati finanziari e dati ESG.

Le PMI che vogliono strutturarsi volontariamente possono invece adottare i VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standards for SMEs), pensati appositamente per realtà più piccole. In entrambi i casi, il bilancio integrato non si fa senza il CFO.

Con Operations/Produzione

Qui si generano la maggior parte degli impatti ambientali: consumi di energia e acqua, emissioni di gas serra, rifiuti. Il CSO fissa gli obiettivi strategici; l’ESG Manager lavora con operations per tradurli in interventi concreti, efficienza energetica, economia circolare, riduzione degli scarti. Ma devono essere fattibili tecnicamente e non bloccare la produzione. Serve lavorare insieme, non imporre dall’alto.

Con HR

Il pilastro Social: sicurezza sul lavoro, formazione, diversità, welfare, rispetto dei diritti umani. Molti dati necessari per la rendicontazione ESRS e VSME vengono proprio da HR, dai tassi di infortuni alle politiche retributive, dal turnover ai programmi di formazione.

Serve coordinamento anche sulla comunicazione interna: coinvolgere i dipendenti negli obiettivi di sostenibilità non è solo buona pratica, ma un requisito sempre più esplicito degli standard di rendicontazione.

Con Acquisti/Procurement

Lo Scope 3 — il 70-90% delle emissioni di gas serra di molte aziende, viene dalla supply chain. Senza collaborazione con gli acquisti non si migliorano mai le emissioni indirette né si garantisce il rispetto dei diritti umani lungo la filiera.

Bisogna integrare criteri ESG nella selezione dei fornitori, fare audit sull’impatto ambientale, richiedere dati verificabili, supportare i fornitori nel miglioramento. Il CSO definisce la politica; l’ESG Manager la implementa operativamente con procurement.

Con Marketing/Comunicazione

Raccontare quello che si fa in modo credibile, senza scivolare nel greenwashing. Serve allineamento stretto e bidirezionale: marketing non può comunicare impegni ESG che non sono stati implementati; la funzione ESG non può fare azioni senza comunicarle agli stakeholder. Il rischio, nei due sensi, è perdita di credibilità.

Con Legale

Compliance normativa, CSRD, ESRS, direttive settoriali, Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), contratti con fornitori che includono clausole ESG su diritti umani e impatto ambientale, gestione di eventuali contenziosi, privacy nei dati ESG. Il legale deve essere coinvolto fin dall’inizio, non chiamato solo quando c’è un problema.

Con IT

Servono sistemi per raccogliere, gestire e analizzare dati ESG. Database, piattaforme dedicate, integrazioni con ERP per monitorare emissioni, consumi energetici, gestione rifiuti. La qualità del dato è fondamentale: sia gli ESRS che i VSME richiedono dati verificabili e tracciabili. IT non è un supporto marginale, è un partner strutturale della funzione ESG.

Internalizzare o Esternalizzare?

Domanda cruciale: meglio figure interne o consulenti esterni per gestire i criteri ESG?

Vantaggi Interno

Conoscenza profonda dell’azienda, dei processi, delle persone. Disponibilità continua. Commitment sul lungo termine per implementare strategie ESG durature. Coordinamento più facile con le altre funzioni sulle proprie attività.

Svantaggi Interno

Costo fisso anche se il carico lavoro varia. Difficoltà trovare profili con tutte le competenze necessarie su ambientale sociale e di governance. Rischio di bias: troppo vicini all’azienda, vedono meno i problemi di impatto ambientale o violazioni diritti umani.

Vantaggi Esterno

Esperienza cross-settoriale: lavorando con aziende diverse portano benchmark e best practice che internamente è difficile sviluppare. Flessibilità: li usi quando servono, senza costo fisso. Obiettività: uno sguardo esterno vede dinamiche e problemi che chi è dentro l’azienda tende a dare per scontati.

Svantaggi Esterno

Costo orario alto (consulenti ESG seri: 800-1500€/giorno). Conoscono meno le proprie attività aziendali, serve tempo per spiegare tutto. Meno commitment: finito il progetto se ne vanno.

Quale Soluzione Scegliere

Non esiste una soluzione universalmente migliore. La scelta dipende dalla dimensione aziendale, dalla complessità degli impatti ESG, dalle risorse disponibili e dalla fase del percorso di sostenibilità in cui si trova l’azienda. Una piccola impresa agli inizi può fare molto con un consulente esterno occasionale, senza bisogno di figure interne dedicate.

Una media impresa con obblighi di rendicontazione CSRD ha bisogno di almeno una figura interna stabile che conosca i processi aziendali in profondità. Una grande azienda con supply chain complessa e stakeholder esigenti probabilmente ha bisogno di un team interno strutturato, con consulenti esterni chiamati su temi molto specifici.

Il modello ibrido, figura interna che coordina, consulenti esterni su competenze specialistiche come LCA, certificazioni o audit di filiera, funziona bene per molte medie e grandi imprese. Ma non è una formula valida per tutti. L’importante è che la scelta sia consapevole e proporzionata al reale fabbisogno, non una soluzione adottata per default.

Quanto costa e quanto rende

Parliamo di numeri. Investire in risorse ESG costa, ma rende nel medio e lungo termine?

Costi Tipici

I valori indicati di seguito sono stime approssimative, basate su scenari tipici del mercato italiano. Possono variare significativamente in base al settore, alla complessità degli impatti ESG, alla fase del percorso di sostenibilità e alle specificità di ogni azienda.

PMI 50-100 dipendenti: ESG Manager part-time 30-40k + consulenze 10-20k + certificazioni/software 5-10k = 50-70k anno.

Media impresa 100-250 dipendenti: ESG Manager full-time 50-60k + team support junior 25-30k + consulenze 20-30k + tech/certificazioni 10-15k = 100-130k anno.

Grande impresa >250 dipendenti: CSO 100k + team 2-3 persone 100-150k + consulenze 50-100k + tech 20-30k = 300-400k anno.

Ritorni Misurabili

Riduzione costi energia: 20-40% con interventi di efficienza e passaggio a energie rinnovabili. Per un’azienda che spende 200k anno in energia = 40-80k risparmio/anno.

Riduzione emissioni di gas serra: oltre al valore ambientale, evita future carbon tax e migliora rating ESG.

Gestione dei rifiuti migliorata: riduzione costi smaltimento 15-30% con economia circolare.

Accesso credito agevolato: differenza tassi tra green loan e loan standard può essere 0,5-1%. Su finanziamento 1M€ = 5-10k risparmio/anno grazie a buona performance ESG.

Riduzione premi assicurativi: aziende con buona gestione rischi ESG, compreso rispetto diritti umani e basso impatto ambientale, pagano meno. Risparmio 5-15%.

Retention dipendenti: costa 6-9 mesi di stipendio sostituire una persona. Se strategie ESG migliorano retention anche solo del 10%, su 100 dipendenti eviti 2-3 sostituzioni = 50-100k risparmio.

Nuovi clienti: difficile quantificare ma molte aziende vincono gare grazie a credenziali ESG che competitor non hanno, soprattutto su criteri ambientali e sociali.

Rating migliore: accesso a fondi ESG, investitori istituzionali sempre più attente. Quantificare è complesso ma l’impatto su costo capitale è reale.

Payback

Nelle PMI l’investimento in ESG si ripaga tipicamente in 2-4 anni solo con risparmi operativi diretti su energie rinnovabili e gestione dei rifiuti. Poi ci sono benefici indiretti di lungo termine: reputazione, accesso mercati, riduzione rischi.

Nelle grandi aziende il ritorno è ancora più rapido perché la scala amplifica i benefici delle strategie ESG.

Formazione e Sviluppo

Il mercato del lavoro ESG è in ebollizione. Domanda altissima, offerta scarsa. Le aziende, sempre più attente ai criteri ESG, faticano a trovare profili.

Percorsi Formativi

Università: master in sostenibilità, ESG, green economy. Politecnico Milano, Bocconi, Ca’ Foscari, Bologna hanno programmi seri su Environmental Social and Governance.

Certificazioni professionali: GARP Sustainability and Climate Risk, CFA ESG Investing, GRI Certified Training Partner (Global Reporting Initiative).

Corsi specialistici: carbon accounting per emissioni di gas serra, LCA per impatto ambientale, economia circolare, rating ESG, Corporate Sustainability Reporting Directive. Enti come TÜV, Bureau Veritas, RINA offrono corsi tecnici.

Formare Internamente

Spesso conviene prendere una persona motivata con base solida (ingegnere, economista, ambientalista) e formarla internamente su criteri ESG, strategie di medio e lungo termine, rispetto diritti umani.

Mandala a corsi, falle affiancare consulenti esterni, falle partecipare a convegni su Task Force on Climate Related Financial Disclosures e temi simili. In 1-2 anni diventa competente.

Costa meno che assumere un senior già formato (che peraltro è difficilissimo trovare).