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Carbon Footprint: cos’è e come si misura

Autore: 23 Febbraio 2026No Comments14 minuti di lettura

Il carbon footprint è uno strumento che negli ultimi anni ha acquisito un’importanza crescente. Non solo per le grandi multinazionali, ma anche per le PMI italiane che si trovano a dover gestire richieste sempre più pressanti da parte di clienti, banche e istituzioni.

L’impronta di carbonio misura quanta CO₂ produciamo con le nostre attività. Sembra semplice, ma dietro c’è un lavoro complesso di raccolta dati, calcoli e verifiche. Con l’introduzione della CSRD nel 2024, la rendicontazione delle emissioni è diventata un obbligo normativo con sanzioni concrete.

È vero che, dopo le modifiche introdotte con il Pacchetto Omnibus, il numero di aziende direttamente coinvolte si è ridotto in modo significativo. Questo non ha diminuito la pressione complessiva sul sistema economico.

Oltre agli obblighi formali per le imprese rientranti nel perimetro della direttiva, cresce la richiesta di maggiore trasparenza da parte di investitori, clienti e istituti finanziari. A questo si aggiunge l’effetto lungo la catena di fornitura: le aziende soggette alla normativa chiedono sempre più spesso dati ambientali e informazioni strutturate ai propri fornitori, estendendo di fatto l’impatto della CSRD ben oltre il suo ambito diretto.

Questo articolo spiega cos’è davvero il carbon footprint, come si calcola senza perdersi in tecnicismi inutili, e soprattutto quali azioni concrete puoi mettere in campo per ridurlo. Se sei un imprenditore, un responsabile ESG o semplicemente una persona curiosa di capire come funziona, qui trovi le risposte.

Cos’è il Carbon Footprint: definizione e significato

Quando parliamo di carbon footprint intendiamo la quantità totale di gas serra che un’azienda, un prodotto o delle attività che anche una singola persona emette. Si misura in tonnellate di CO₂ equivalente perché non consideriamo solo l’anidride carbonica, ma anche metano, protossido di azoto e altri gas che contribuiscono al riscaldamento globale.

Il Protocollo di Kyoto ha stabilito quali gas dobbiamo considerare. Il metano per esempio ha un impatto 25 volte maggiore della CO₂ se guardiamo a un arco di 100 anni. Ecco perché si converte tutto in “CO₂ equivalente”: per avere un numero unico che ci permette di confrontare mele con mele.

Perché dovresti preoccupartene

La definizione di carbon footprint non è solo teoria. Ha implicazioni pratiche immediate:

  • Le normative europee ti obbligano a rendicontare le emissioni se superi certe soglie dimensionali
  • Le banche valutano il tuo rischio climatico prima di concederti finanziamenti a tasso agevolato
  • I tuoi clienti B2B ti chiedono dati sulle emissioni dei prodotti che fornisci
  • Ridurre i consumi energetici significa abbattere i costi operativi in bolletta
  • Gli obiettivi Net Zero 2050 richiedono azioni concrete da parte di tutti

Non è solo una questione di immagine. Chi misura le proprie emissioni scopre sprechi che non sapeva di avere e trova modi per risparmiare soldi riducendo l’impatto ambientale. Due piccioni con una fava.

Come si calcola il carbon rootprint

Il metodo più usato al mondo è il GHG Protocol. Lo hanno sviluppato il World Resources Institute insieme al World Business Council for Sustainable Development e ormai è diventato lo standard di fatto. Fornisce regole chiare su cosa misurare e come farlo.

I tre Scope delle emissioni

Qui le cose si complicano un po’, ma è importante capirle bene. Le emissioni si dividono in tre “scope”, cioè tre ambiti diversi.

Lo Scope 1 sono le emissioni che produci direttamente. La caldaia che brucia metano per riscaldare l’ufficio? Scope 1. I furgoni della tua flotta aziendale? Scope 1. Il processo produttivo che emette CO₂? Scope 1. In pratica tutto quello che è sotto il tuo controllo diretto.

Lo Scope 2 riguarda l’energia che compri. Principalmente l’elettricità dalla rete, ma anche vapore o teleriscaldamento se li acquisti da terzi. Non le produci tu quelle emissioni, le produce la centrale elettrica, ma siccome consumi quell’energia te le devi intestare.

Lo Scope 3 è il più rognoso. Include tutto il resto: le materie prime che compri, il trasporto delle merci, i tuoi dipendenti che vanno al lavoro in macchina, i viaggi di lavoro, l’uso che i clienti fanno dei tuoi prodotti, lo smaltimento a fine vita. Il GHG Protocol lo divide in 15 categorie diverse.

Per misurare le emissioni di CO2 serve considerare tutti e tre gli scope. Molte aziende si fermano a Scope 1 e 2 perché sono più facili, ma così perdono il 70-90% delle emissioni totali che stanno proprio nello Scope 3.

La formula di calcolo

La formula base è questa: Emissioni = Dato di Attività × Fattore di Emissione × GWP

Sembra semplice, vero? In teoria lo è. Il Dato di Attività è quanto hai consumato: 10.000 litri di gasolio, 500.000 kWh di elettricità, 50.000 km con la flotta aziendale. Il Fattore di Emissione ti dice quanta CO₂ produce ogni unità di quell’attività. Il GWP converte eventuali altri gas in CO₂ equivalente.

Il problema è che i fattori di emissione cambiano ogni anno. Il mix elettrico italiano del 2025 è diverso da quello del 2020 perché nel frattempo sono aumentate le rinnovabili. Se usi fattori vecchi sbagli il calcolo.

Dove li trovi questi fattori? Database ufficiali: IPCC per quelli globali, DEFRA per il Regno Unito (ma sono i più completi quindi li usano tutti), EPA per gli USA, ISPRA per l’Italia, Ecoinvent per i processi industriali specifici.

Come si misura il carbon footprint

La teoria è una cosa, la pratica un’altra. Ecco come si fa davvero.

Step 1: Decidere Cosa Misurare

Prima di tutto devi decidere i confini. Misuri solo la sede italiana o anche le filiali estere? Solo l’anno solare o l’anno fiscale? Tutta l’azienda o un singolo prodotto?

Queste scelte sembrano banali ma cambiano completamente i numeri. Un’azienda che fa equity share conta solo la sua quota di emissioni nelle joint venture, una che fa controllo operativo le conta tutte se ha il controllo gestionale.

Step 2: Trovare le Fonti di Emissione

Devi fare un inventario completo. Per lo Scope 1: caldaie, generatori, auto aziendali, processi produttivi, perdite di refrigeranti. Per lo Scope 2: bollette della luce, fatture del teleriscaldamento. Per lo Scope 3… qui si apre un mondo.

Le 15 categorie dello Scope 3 vanno da “beni e servizi acquistati” a “investimenti finanziari”. Non tutte sono rilevanti per tutte le aziende. Un’azienda di servizi non avrà emissioni da “uso dei prodotti venduti”, una software house non ha “trasporto e distribuzione” fisica.

Step 3: Raccogliere i Dati

Questa è la parte più noiosa ma fondamentale. Serve raccogliere dati sulle emissioni in modo sistematico:

  • Le bollette dell’energia elettrica ti danno i kWh consumati mese per mese
  • Le fatture del distributore di carburante ti dicono quanti litri hai comprato
  • Il gestionale aziendale dovrebbe avere i km percorsi dalla flotta
  • I dati di produzione ti servono per le materie prime utilizzate
  • Gli estratti conto possono aiutarti a stimare le categorie Scope 3 basate sulla spesa

I dati migliori sono quelli “primari”: numeri reali da contatori e fatture. Quando non li hai usi dati “secondari”, cioè medie di settore o stime. L’importante è documentare cosa hai fatto e perché.

Step 4: Fare i Calcoli

Qui applichi la formula. Esempio concreto per lo Scope 1: hai consumato 10.000 litri di gasolio per riscaldamento. Il fattore di emissione del gasolio secondo ISPRA è 2,68 kg CO₂ per litro. Calcolo: 10.000 × 2,68 = 26.800 kg di CO₂, cioè 26,8 tonnellate.

Per lo Scope 2: hai consumato 500.000 kWh di elettricità. Il fattore della rete italiana 2024 è 0,28 kg CO₂ per kWh. Calcolo: 500.000 × 0,28 = 140.000 kg, cioè 140 tonnellate di CO₂.

Se compri energia rinnovabile certificata con Garanzie d’Origine puoi usare l’approccio “market-based” e azzerare lo Scope 2. Ma devi avere i certificati, non basta comprare da un fornitore che dice di essere green.

Step 5: Usare i Software

Se sei una PMI di piccole dimensioni puoi iniziare con strumenti semplici come Excel, soprattutto nella fase iniziale di raccolta dati. Quando però aumentano sedi, fornitori, categorie di emissione e obblighi di rendicontazione, diventa complesso gestire tutto in modo manuale.

In questi casi è opportuno valutare un software ESG dedicato al calcolo e alla gestione delle emissioni. Le piattaforme più evolute permettono di:

  • automatizzare la raccolta dati dai gestionali aziendali
  • monitorare Scope 1, 2 e 3 in modo strutturato
  • simulare scenari di riduzione delle emissioni
  • coinvolgere la catena di fornitura nella raccolta delle informazioni

Alcuni strumenti sono più orientati alla conformità normativa europea, altri si concentrano sull’analisi dettagliata del ciclo di vita dei prodotti, altri ancora puntano sull’integrazione con ERP e sistemi contabili.

La scelta non dipende solo dalle dimensioni dell’azienda, ma anche dalla complessità della struttura, dal numero di fornitori coinvolti e dal livello di approfondimento richiesto. In molti casi, il software non sostituisce il supporto consulenziale, ma lo integra, rendendo il processo più efficiente e scalabile.

Carbon Footprint, Carbon Neutrality e Net Zero

Tre termini che vengono usati a sproposito continuamente. Vediamo le differenze.

Il Carbon Footprint è solo la misurazione. Prendi un anno, calcoli le emissioni, ottieni un numero: tot tonnellate di CO₂ equivalente. Fine. Non stai dicendo se è tanto o poco, non stai promettendo niente, stai solo misurando.

La Carbon Neutrality è quando bilanci le tue emissioni. Prima riduci quello che puoi, poi compensi il resto comprando crediti di carbonio certificati. Per raggiungere la carbon neutrality puoi investire in progetti di riforestazione, energie rinnovabili, cattura del carbonio che siano verificati da standard seri come VCS o Gold Standard.

Il problema della carbon neutrality è che rischia di diventare un’operazione di facciata: continui a inquinare quanto prima, paghi qualcuno per piantare alberi dall’altra parte del mondo, e ti dichiari “carbon neutral”. Per questo sempre più aziende puntano al Net Zero.

Il Net Zero è più ambizioso. Richiede che tu riduca le emissioni del 90-95% rispetto al punto di partenza, trasformando profondamente come lavori. Solo quel 5-10% residuo, le emissioni tecnicamente impossibili da eliminare, possono essere compensate. E deve essere una compensazione permanente, non temporanea.

Lo Scope 3

Se pensi di poter ignorare lo Scope 3 perché è complicato, ripensaci. Per la maggior parte delle aziende costituisce l’80-90% delle emissioni totali.

Nel settore manifatturiero, per esempio, le voci più pesanti sono le materie prime che compri, il trasporto delle merci, e come i tuoi clienti usano i prodotti che vendi. Se produci elettrodomestici, l’uso da parte del cliente finale può essere 10 volte le emissioni di produzione.

Per le aziende di servizi contano i viaggi di lavoro, gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti, e i servizi che acquisti come consulenze, cloud computing, facility management.

Nel retail domina lo Scope 3 categoria 1: i prodotti che compri per rivenderli. Se sei una catena di supermercati, devi sapere le emissioni di ogni fornitore.

Come gestisci le emissioni della supply chain?

  • Chiedi ai tuoi fornitori principali di condividere i loro dati sulle emissioni
  • Usa database settoriali quando i dati diretti non sono disponibili
  • Concentrati sui fornitori che pesano di più con l’analisi di Pareto: l’80% delle emissioni viene dal 20% dei fornitori
  • Nei contratti di fornitura inserisci clausole che premiano chi riduce le emissioni
  • Fai programmi di affiancamento per aiutare i fornitori più piccoli a misurare e ridurre

Le Normative: Cosa Dice la Legge

La rendicontazione delle emissioni sta diventando obbligatoria per sempre più aziende.

In Europa la CSRD è entrata in vigore nel 2024 per le grandi imprese già soggette alla precedente normativa sulla rendicontazione non finanziaria. Successivamente, il Pacchetto Omnibus ha ristretto in modo significativo il perimetro di applicazione, concentrandolo sulle imprese di grandi dimensioni, in particolare quelle con oltre 1.000 dipendenti e un fatturato superiore a 450 milioni di euro.

Le aziende rientranti nel campo di applicazione devono rendicontare le emissioni Scope 1, Scope 2 e le categorie di Scope 3 considerate rilevanti secondo gli standard ESRS E1. “Rilevante” non significa solo una soglia percentuale, ma ciò che incide in modo significativo sul profilo emissivo dell’azienda o rappresenta un fattore critico per il settore di appartenenza.

L’EU ETS è il sistema di scambio quote che coinvolge i settori energivori: devi comprare permessi per ogni tonnellata di CO₂ che emetti. Se non li hai, sanzione.

Il CBAM dal 2026 mette una tassa sulle importazioni ad alto contenuto di carbonio. Se importi acciaio, cemento, alluminio o fertilizzanti da paesi senza carbon pricing dovrai pagare la differenza.

Poi ci sono gli standard volontari che però stanno diventando di fatto obbligatori se vuoi accedere a certi mercati: CDP per il climate disclosure, SBTi per gli obiettivi scientifici di riduzione, TCFD per i rischi climatici finanziari.

Come Ridurre con Azioni Concrete

Misurare è il primo passo, ridurre è l’obiettivo. Ecco cosa funziona davvero.

Efficienza energetica è la base:

  • Fai un audit energetico serio, con un tecnico certificato che trova gli sprechi
  • Cambia le lampadine con LED e metti sensori di presenza negli ambienti poco usati
  • Rivedi i processi produttivi per ridurre il consumo per unità prodotta
  • Installa sistemi di recupero calore che riutilizzano il calore di scarto

Puoi tagliare il 15-30% dei consumi energetici solo con questi interventi. E li ripaghi in 2-4 anni con il risparmio in bolletta.

Energie rinnovabili per azzerare lo Scope 2:

  • Fotovoltaico sul tetto se hai lo spazio, con accumulo se possibile
  • PPA a lungo termine con produttori di rinnovabili per avere energia green a prezzo fisso
  • Garanzie d’Origine se non puoi produrre direttamente

Mobilità sostenibile:

  • Elettrifica la flotta aziendale, ormai le auto elettriche hanno autonomia sufficiente
  • Incentiva lo smart working per ridurre gli spostamenti casa-lavoro
  • Ottimizza le rotte di consegna con software di route planning

Economia circolare:

  • Riprogetta i prodotti per durare di più e essere riparabili
  • Usa materiali riciclati invece di materie prime vergini
  • Implementa sistemi di take-back per recuperare i prodotti a fine vita

Per fare tutto questo serve una strategia di riduzione emissioni aziendali strutturata:

  • Una baseline chiara: anno di partenza e emissioni totali
  • Target validati da SBTi per essere credibili e allineati alla scienza
  • Una roadmap con azioni, responsabili, budget e scadenze
  • KPI che monitori trimestralmente per vedere se stai raggiungendo gli obiettivi
  • Comunicazione trasparente dei risultati, anche quando non raggiungi i target

Il Ruolo del Carbon Footprint nei Rating ESG

Il carbon footprint è diventato un indicatore ambientale per la valutazione centrale. MSCI mette circa il 30% del peso del rating sulla parte Environmental, e dentro questa le emissioni di carbonio sono la voce principale.

Sustainalytics considera i rischi climatici “material” per quasi tutti i settori. CDP assegna score da A a D e le aziende con punteggi bassi fanno fatica ad attrarre investitori ESG.

Le banche usano il carbon footprint per decidere le condizioni di credito. I green loan ti danno tassi più bassi se dimostri emissioni contenute. I sustainability-linked loan legano il tasso al raggiungimento di KPI ambientali che includono sempre le emissioni.

Anche i clienti B2B ti chiedono i dati. Le grandi corporation hanno obiettivi Net Zero che includono lo Scope 3, quindi devono coinvolgere tutta la filiera. Se sei un fornitore e non hai i dati sulle tue emissioni, rischi di perdere contratti.

Il carbon footprint non è un esercizio teorico. È lo strumento pratico per misurare le emissioni aziendali e costruire una strategia credibile di riduzione.

Le normative si stanno inasprendo, gli stakeholder chiedono trasparenza, il mercato premia chi agisce concretamente. Misurare le emissioni ti permette di conformarti alle leggi, accedere a capitali a condizioni migliori, ridurre i costi operativi, rafforzare la reputazione.

Serve metodo: baseline solida, obiettivi ESG validati, azioni concrete, monitoraggio costante, comunicazione onesta. Che tu debba calcolare le emissioni della catena di fornitura Scope 3, implementare KPI emissioni di CO2 o sviluppare una strategia complessiva, il punto di partenza è sempre misurare con precisione.